Zona Onirica

Namastè nella Zona Onirica

Un Luogo nascosto nei meandri della nostra coscienza...
ai confini del mondo tangibile...
dove i pensieri e le passioni sono più concreti della realtà che ci circonda.



Un Movimento Culturale & Sociale, un luogo, un modo di essere... di pensare.
Apolitico, Aconfessionale, non ha scopi di lucro neanche indiretti.
Esso focalizza l’attenzione su tre determinati obiettivi e si mobilita per conseguirli:

GURDARE...

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La vita dell'outsider

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La vita dell'outsider

Messaggio Da Mik Darko il Ven Ott 02, 2009 11:55 pm

La vita di un outsider comincia presto, non c’è mattina che l’outsider non sente di essere tale. Fin da bambino nella quiescenza del suo pensare intuisce una discordanza con il mondo che lo circonda, sono lampi, brevi momenti in cui la mente segnala che quella parsimoniosa voglia di fare non condurrà a nulla, che le nostre capacità sono al momento fuori sincrono rispetto all’ovattato mondo circostante. Si acquisisce l’idea che tutti i posti a sedere sono già occupati, che occorre stare in piedi, appoggiati magari per qualche tempo alla parete per prendere fiato, guardare, aspettare, non avere fretta, la vita non si è dimenticata di noi, semplicemente al momento non vuole occuparsene nella sua interezza.
La vita per un outsider comincia presto, la realtà squilibra subito le cose, l’outsider simboleggia il ridicolo di tutte le dinamiche in cui opera, forse per la sua afasica e misteriosa costituzione genetica, rigetta o semplicemente esprime a suo modo una ribellione molecolare a qualunque dottrina cui è sottoposto, e la prima per inciso è quella scolare.
L’outsider non risponde ad alcuno schema imposto, assimila semplicemente i comportamenti altrui, ne prende coscienza, si impossessa della forma, ma non è in grado esprimerne un contenuto proprio. E’ come mantenere il mobilio di casa coperto da teli per proteggerlo dalla polvere, l’appartamento appare così spoglio, disadorno, svilito, incomprensibile nella sua anatomia d’arredo, pregno di insensatezza, così sono gli sguardi da gogna che il prossimo, suo malgrado, riversa contro l’infante outsider.
La realtà pulsa a un ritmo cui l’outsider non sa adattarsi, risulta goffo in ogni sua forma, gli sguardi prensili del prossimo non fanno altro che distrarlo, svilirlo interiormente, specialmente nell’età scolare. Difficilmente ottiene comprensione, spesso ne manca anche nell’alveo familiare, magari fagocitato da aspettative, espresse da quel recondito desiderio dei genitori di rivedersi nella miglior forma possibile nella vita del proprio caro.

Ho capito in fretta che non potevo arrendermi alla scuola, con il tempo mi sono scoperto più un poeta che uno studente, la poesia stava in tutti quegli sguardi che riversavo verso gli insegnanti e i compagni, verso i libri e i quaderni. Li consideravo tutti oggetti in natura, la maestra i compagni esistono in natura, non se ne può fare a meno, ed è stato solo così, con quest’aiuto istintuale che mi sono portato avanti le mie faccende scolastiche.
Il tempo per l’outsider è come un grembiule che deve portarsi addosso, la vita per lui è un mestiere, una grossa faccenda da risolvere, e la difficoltà più grande è combattere contro la solitudine. E’ una malattia con la quale si impara presto a conviverci, l’outsider non sfugge gli altri, ma è sfuggito dagli altri, perché non rappresenta l’alter ego più adeguato, perché è carente di quell’ingrediente indispensabile per un rapporto d’amicizia che è la stima, spesso giunge solo ad essere un catalizzatore, un bersaglio delle ironie dei propri compagni.

Disabituato al rapporto con gli altri il carattere subisce una grossa penalizzazione, si insinua una convinzione di inadeguatezza che può portare a perdere di vista quella basilare e atavica convinzione che è solo una questione di tempo, di saper quindi aspettare, che gli outsider solo nel lungo cammino della vita espongono gli elementi d’arredo di cui il loro appartamento interiore è composto.
La fanciullezza e l’adolescenza sono tappe in salita che mi sembra di avere affrontato spesso solo in giornate di pioggia, avevo sempre la necessità di misurarmi in nuovi ambienti, solo così riuscivo a liberarmi di quell’oppressione delle chiacchiere altrui che mi portavo appresso. Nelle giornate migliori sentivo quasi la necessità di scarnificare il tempo, di consumarlo, prosciugarlo, se facevo un goal mentre giocavo a pallone sentivo ardere dentro una pastosa voglia di rivincita che mi saliva su fino alla bocca. Assaporavo una sensazione che raramente mi capitava di provare, ero io che facevo goal, e un po’ era anche il goal che rifaceva me stesso, mi sembrava per qualche minuto di rinascere, di mettere piede solo per qualche attimo in una realtà che non era la mia.
I particolari definiscono l’insieme, l’outsider lo impara presto, combattere l’oppressione dei particolari è la ginnastica quotidiana, uscirne sconfitti è già un successo, l’importante è uscirne. Condividere la vita in forma partecipativa, non custodire per il momento alcuna velleità, gustarsi quei piccoli lampi di gioia dopo un goal, è un modo semplice ma efficace per ingannare tutta quella placenta temporale che circonda l’insieme. Il desiderio di primeggiare per l’outsider è un cassetto sempre chiuso, non tutti i mobili hanno cassetti, alcuni hanno dei ripiani, ma questo è il tempo e l’esperienza che porta a comprenderlo. In un’età in cui i brufoli spuntano un po’ ovunque il tempo è la prima cancrena che uno sente spuntarsi addosso, per l’outsider è una delle tante, vorrebbe non farci caso, ma naturalmente sono gli altri a ricordaglielo. Gli altri sono l’impiccio che il tempo riversa addosso, si cova la sensazione di sentirsi addentati dagli altri, quindi spesso si finge di non vederli, di lasciarli passare via, un po’ come il tempo. La strada è una prima via che sembra condurre verso quella voglia di libertà che comincia a secernere i suoi frutti ormonali, le insurrezioni dei sensi sono un secondo viatico dopo quello costituitosi dalla gioia per un goal realizzato.
Nasce così il desiderio di andare a caccia di momenti, di situazioni che squilibrano l’insieme anche solo per qualche attimo, sono come bevande freschissime con cui dissetarsi, i turbamenti interiori nascondono tutte le ragioni della vita, le fantasie si apparentano con tutto il resto del corpo in un matrimonio senza fine.
Mi vedevo crescere ma non sapevo che farmene di tutta quell’altezza, nella vita sono solo capace di essere alto, ero solito pensare, sentivo addosso tutti quei centimetri superflui, non mi piacevo ne fuori ne dentro. Cominciavo a provare il desiderio di piacere alle ragazze, ma sentivo in cuor mio di non piacere, di non riuscire a rapire un loro sguardo, se prima a questa cosa non ero interessato, ora diventava desiderio essenziale. Sopportavo i miei anni camminando da solo per strada, uno sconosciuto tra tanti sconosciuti, solo così riuscivo ad acquietarmi, quel mio sapere di non valere nulla era respinto dagli sguardi lontani di tutta questa gente che di me non sapeva nulla.

I luoghi diventavano parte sempre più importante della mia vita, mi piaceva rapire quell’oppressione di sentirmi un outsider, portarla fuori di casa, desideravo misurarmi in ambienti lontani dal mio, e qualunque strada trafficata da sconosciuti era un luogo ideale. La scoperta che la realtà può prendere fiato, per essere momentaneamente sostituita dalla fantasia, magari allontanandosi semplicemente dalla propria camera, è stata una cosa grandiosa, una seconda scoperta è stata la scrittura. Vivevo la scrittura come un elemento nutrizionale di tutto quel tempo, grazie alla scrittura sentivo il mio pensiero acquistare una forma, non era solo capace di librarsi in volo, ma era anche capace di reggere il contatto con la carta, e di supportare un pensiero che sentivo vivere.
Gli auspici affermano le ragioni, altrimenti molte di esse apparirebbero semplicemente evanescenti, il tempo porta via del contenuto e restituisce in esperienza parte di quello che ha tolto, la prima cosa che giunge in porto è la consapevolezza. C’è un’età dove la comprensione si dilata, la visuale si fa sempre più ampia, c’è un’età in cui l’outsider desidera provare a apparentarsi con la vita che sente meno nemica di un tempo. La crescita della persona è una sfida lanciata dalla natura, decidere di raccoglierla è un dovere ma non un obbligo, per uno come l’outsider che rifiuta per principio e incapacità di rispettarle le costrizioni, è una guerra che è iniziata ancora prima del tempo.

Da adulti un po’ per tutti diminuiscono le opzioni, le scelte sono poche le variabili sono tante, per l’outsider non c’è molto da perdere di quel poco che si è conquistato. Non ci sono titoli rappresentativi, carriere annunciate, gli sguardi del vicinato sono compassionevoli, l’outsider desidera allontanarsi dal nulla, spostarsi più in là forse, senza meta alcuna, magari cullandosi di una fatua felicità per non averne una.
La scrittura è sempre stata l’acqua di cui la mia mente aveva bisogno di irrorarsi, rileggermi era un po’ come guardarmi allo specchio, gli occhi sottraevano tutto ciò che c’era di superfluo, restavano solo le parole, ed io mi ci aggrappavo sopra con la forza di una ragione che sentivo crescere. Le esperienze dell’università e del primo lavoro non hanno fatto altro che sottrarmi del tempo superfluo retrocedendomi quell’esperienza da riporre su quei ripiani così vuoti quanto ingombranti.
Il senso del possesso cresce, si dilata, accontentarsi di possedere il proprio corpo e le proprie mercanzie è sovrastato dalla volontà di voler primeggiare sugli altri, l’outsider si accontenta di primeggiare su se stesso, e così sparisce sempre più nelle sottrazioni che tutti gli altri fanno per selezionare il proprio vicinato. Confrontarsi con gli altri è un po’ come sorreggere la vita che si ha accumulato, le virtù conseguite ed esibite sono figlie del trasbordo cellulare acquisito dalla nascita, così da essere poi perfezionato nel tempo, in modo da acquisire una ragione di merito.
Ho cominciato a dare una precedenza sempre più sostanziale alla parola scritta rispetto a quella orale, io, quello vero, ero quello che scriveva, parlare era solo un’esperienza, una libertà che il pensiero si concedeva di fare prima di affidarsi alla carta. Stando sulla carta non mi sono mai sentito un outsider, sentivo di avere trovato un alveo dorato dove il mio essere interiore, il mio pensiero poteva finalmente mettere su casa. La strada e la carta erano come due genitori sempre presenti, interscambiabili di ruolo, più che mai complementari, comprensivi, saggi, e per nulla litigiosi.

Il grande mistero è scoprire se è l’uomo che sta rubando del tempo alla natura o viceversa e poi cos’è la natura se non la coscienza dell’uomo proiettata verso l’alto o verso il basso a secondo della propria latitudine emotiva. La natura per come noi la intendiamo esiste da prima dell’uomo, l’uomo è solo una creatura emotiva, fragile, al cospetto della natura stessa, l’uomo è solo un outsider in questa vita che sopravvive alla morte. L’uomo mette paura nella sua "singolitudine", ma come massa al cospetto della natura viene ad essere solo un’unità di misura, è la traduzione di una specie ambiziosa che si è fatta largo nel corso dell’evoluzione sfruttando la biologia e poi la casualità è sempre il polline da cui i misteri traggono il loro nutrimento.

L’inquietudine corporea che ho vissuto nel corso dell’adolescenza da outsider mi ha portato poi da adulto a disinteressarmi di tutto ciò che vestiva la mia persona, il guardaroba che normalmente rappresenta le interiora di ogni essere vivente non ha mai fagocitato alcuna mia particolare attenzione, oltretutto sono anni che l’anta del mio armadio cigola.
Ho sempre cercato di attrarre l’interesse altrui "fornicando" con le parole, le mie scarpe non sono mai state alla moda, così le camice, i pantaloni

Non mi sento un outsider in guerra, mi sento una pedina di questo grande gioco, che gioca il suo tempo, mi sento semplicemente la realtà di un tempo, muovo il mio tempo più rapidamente di quanto muovo il mio braccio.

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Re: La vita dell'outsider

Messaggio Da matrona il Dom Ott 04, 2009 3:25 pm

L’outsider non risponde ad alcuno schema imposto, assimila semplicemente i comportamenti altrui, ne prende coscienza, si impossessa della forma, ma non è in grado esprimerne un contenuto proprio.
Io faccio così quando devo imparare una nuova tecnica d'arte.
Imparo molto di più guardando gli altri farlo e poi provare io, più tosto che farmelo insegnare a voce o vederlo nei manuali...
Lo preferisco perchè percepisco i piccoli e micro gesti (l'inclinazione del pennello, la pressione della matita per ottenere una data sfumatura, ecc...)
Questo mi è servito anche nella vita... Vedere come agiscono, le espressioni del viso da tenere in pubblico, cosa dire con le altre persone, le cose per da non dire e fare.

Ho capito in fretta che non potevo arrendermi alla scuola, con il tempo mi sono scoperto più un poeta che uno studente, la poesia stava in tutti quegli sguardi che riversavo verso gli insegnanti e i compagni, verso i libri e i quaderni. Li consideravo tutti oggetti in natura, la maestra i compagni esistono in natura, non se ne può fare a meno, ed è stato solo così, con quest’aiuto istintuale che mi sono portato avanti le mie faccende scolastiche.
Gli outsider, sono persone estremamente timide, ed indecise.
Ma con la conoscenza e l'apprendimento possono sbocciare e fiorire.
Il problema èche ogni essere umano ha i suoi tempi di fioritura, e i mondi (la scuola, famiglia, amici, ecc..) non aspettano...
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