Zona Onirica

Namastè nella Zona Onirica

Un Luogo nascosto nei meandri della nostra coscienza...
ai confini del mondo tangibile...
dove i pensieri e le passioni sono più concreti della realtà che ci circonda.



Un Movimento Culturale & Sociale, un luogo, un modo di essere... di pensare.
Apolitico, Aconfessionale, non ha scopi di lucro neanche indiretti.
Esso focalizza l’attenzione su tre determinati obiettivi e si mobilita per conseguirli:

GURDARE...

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Pelle d'Asino

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Pelle d'Asino

Messaggio Da matrona il Gio Set 23, 2010 6:34 pm


C'era una volta un re il quale era tanto amato dai propri sudditi che si riteneva il sovrano più felice di tutto il mondo e non c'era nulla che il suo cuore desiderasse. Il suo palazzo era pieno delle curiosità più rare e il suo giardino dei fiori più odorosi, mentre nelle stalle marmoree delle sue scuderie c'era una mandria di cavalli arabi bianchi come il latte e dai grandi occhi marroni.
Gli stranieri che aveva udito delle meraviglie collezionate dal re e affrontavano lunghi viaggi per vederle, rimaneva comunque sorpresi scoprendo che la stalla più bella era occupata da un asino con le orecchie particolarmente grandi e lunghe. Era un asino assai bello, ma comunque, per quanto ne potessero dire, senza nulla di così notevole da giustificare la cura con cui era alloggiato, e se ne andavano meravigliati perché non potevano sapere che ogni notte, quando dormiva, dalle sue orecchie cadeva un mucchio di pezzi d'oro che venivano raccolti ogni mattina dagli inservienti.
Dopo molti anni di prosperità si abbatté sul re un colpo inatteso con la morte di sua moglie, che egli amava teneramente. Prima di morire, la regina, che si era sempre preoccupata della sua felicità, lo strinse con forza a sé e gli disse:
"Promettimi una cosa: devi sposarti di nuovo, lo so, per il bene del popolo e per il tuo, ma non farlo troppo frettolosamente. Aspetta finché avrai trovato una donna più bella e avvenente di me."
"Oh, non parlarmi di matrimonio," singhiozzò il re, "lascia che muoia con te!" ma la regina sorrise debolmente, si girò sul cuscino e morì.
Per vari mesi il dolore del re fu grande; poi gradualmente cominciò a dimenticare un poco e inoltre i suoi consiglieri facevano pressione perché trovasse un'altra moglie. In principio egli si rifiutò di ascoltarli, ma in breve si lasciò persuadere a pensarci, imponendo solo che la sposa fosse più bella e attraente della defunta regina, secondo la promessa che le aveva fatto.
Felicissimi per aver ottenuto ciò che volevano, i consiglieri inviarono messaggeri in lungo e in largo a prendere i ritratti delle bellezze più famose di ogni paese. Gli artisti erano molto indaffarati e facevano del loro meglio, ma, ahimé, nessuno avrebbe potuto dare a intendere che alcuna delle dame fosse paragonabile alla defunta regina.
Alla fine, un giorno, quando il re scoraggiato aveva perso interesse per una recente collezioni di ritratti, il suo sguardo cadde sulla figlia adottiva, che viveva a palazzo sin da quando era piccola, e vide che, se esisteva nell'intero mondo una donna più bella della regina, quella era lei! Immediatamente le rese noto che cosa desiderasse, ma la ragazza, che non era per nulla ambiziosa e non aveva il più vago desiderio di sposarlo, fu assai costernata e lo pregò di ripensarci. Quella notte, quando ognuno dormiva, partì con una carrozzella trainata da una grossa pecora e andò a consultare la propria fata madrina.
"So perché sei venuta a parlarmi" disse la fata quando la fanciulla scese dalla carrozzella" e se non desideri sposare il re, ti mostrerò come evitarlo. Chiedigli di darti un abito che abbia esattamente il colore del cielo. Per lui sarà impossibile averne uno e tu sarai salva." La ragazza ringraziò la fata e tornò a casa.
La mattina seguente, quando suo padre (così lo aveva sempre chiamato) venne a vederla, gli disse che non avrebbe risposto finché non si fosse presentato da lei con abito color del cielo.
Il re, felicissimo per una tale risposta, mandò a cercare i migliori tessitori e sarti del regno e comandò loro di realizzare senza indugio un abito color del cielo o avrebbe tagliato subito le loro teste. Terribilmente spaventati dalla minaccia, cominciarono tutti a tingere, tagliare e cucire e in due giorni riportarono un vestito che sembrava fosse stato ritagliato dal cielo! La povera ragazza restò allibita e non sapeva che fare, così la notte mise di nuovo le briglie alla pecora e andò in cerca della madrina.

"Il re è più furbo di quanto pensassi," disse la fata, "ma digli che devi avere un abito di raggi lunari."
E il giorno seguente, quando il re la convocò alla propria presenza, la ragazza disse ciò che voleva.
"Madamigella, non posso rifiutarvi nulla" disse il re; e ordinò che l'abito fosse realizzato in ventiquattro ore o tutti sarebbero stati impiccati.
I sarti lavorarono con tutte le loro energie e all'alba del giorno seguente l'abito di raggi lunari fu deposto sul suo letto. La fanciulla, benché non potesse fare a meno di ammirarne la bellezza, cominciò a piangere tanto che la fata, che la sentì, venne in suo aiuto.
"Beh, non lo avrei mai creduto!" disse,"ma chiedigli un abito color del sole e sarei davvero sorpresa se ci riuscisse!"
La figlioccia non aveva più molta fiducia nella fata dopo i due precedenti fallimenti, ma non sapendo che altro fare, disse a suo padre che cosa voleva le fosse offerto.
Il re non fece nessuna difficoltà e diede persino i propri rubini e diamanti più belli per ornare il vestito, il quale era così abbagliante quando fu terminato, che non lo si poteva guardare se non attraverso lenti affumicate!
Quando la principessa lo guardò, finse che la sua vista le ferisse gli occhi e si ritirò nella propria camera in cui trovò la fata che l'aspettava, vergognandosi molto di se stessa..
"C'è solo una cosa da fare ora,"gridò, "devi chiedere la pelle dell'asino dal quale ottiene tanto. È da quell'asino che ricava tutte le sue immense ricchezze e sono certa che non te lo darà mai."
La principessa non ne era tanto sicura; comunque andò dal re e gli disse che non lo avrebbe sposato mai finché non le avesse dato la pelle dell'asino.
Il re fu tanto sbalordito quanto addolorato da questa nuova richiesta, ma non esitò un istante. L'asino fu sacrificato e la sua pelle deposta ai piedi della principessa.
La povera fanciulla, non vedendo scampo al destino di cui aveva terrore, pianse di nuovo e si strappò i capelli quando, all'improvviso, la fata le comparve dinnanzi.
"Rincuorati, " le disse, "tutto adesso andrà bene! Avvolgiti nella pelle, lascia il palazzo e va' più lontano che puoi. Io avrò cura di te. I tuoi abiti e i tuoi gioielli ti seguiranno sottoterra e se tu colpirai il terreno ogni volta in cui avrai bisogno di qualcosa, li avrai subito. Ma vattene in fretta, non hai tempo da perdere."
Così la principessa si coprì con la pelle dell'asino e sgattaiolò dal palazzo senza essere vista da nessuno.
Appena fu sparita vi furono grandecosternzione e si frugò in ogni angolo, probabile e improbabile. Allora il re spedì cortigiani lungo tutte le strade, ma la fata stese il suo manto invisibile sulla fanciulla quando si avvicinavano e nessuno di loro poté vederla.
La principessa affrontò un lunghissimo cammino cercando di trovare qualcuno che l'accogliesse e la lasciasse lavorare, ma benché gli abitanti delle case presso le quali passava le dessero cibo per carità, la pelle dell'asino era così sporca che non le permettevano di entrare nelle loro abitazioni. Questo perché la sua fuga era così precipitosa che non aveva tempo di lavarsi.
Stanca e demoralizzata per la propria sfortuna, un giorno stava gironzolando davanti al cancello di una cascina situata proprio fuori le mura di una grande città, quando udì una voce che la chiamava.
Si voltò e vide la moglie del fattore che stava in mezzo ai tacchini e le faceva segno di avvicinarsi.
"Mi serve una ragazza che lavi i piatti, dia il mangime ai tacchini e pulisca il porcile"., disse la donna, "e, a giudicare dai tuoi abiti sporchi, non sembreresti troppo raffinata per questo lavoro."
La ragazza accettò con gioia l'offerta e subito si mise al lavoro in un angolo della cucina, dove arrivavano tutte le serve della cascina e si prendevano gioco di lei e della pelle d'asino in cui era avvolta.
Ma in breve si abituarono alla vista della pelle che smise di divertirle, e lei lavorare così duramente e così bene che la sua padrona la prese molto a benvolere. Era così abile nel condurre le pecore e nel governare i tacchini che avreste potuto pensare non avesse mai fatto altro nelle sua vita!
Un giorno era seduta sulle rive di un fiume lamentandosi della propria sorte meschina quando improvvisamente si vide riflessa nell'acqua. I capelli e parte del viso erano nascosti dalla testa dell'asino a guisa di cappuccio, mentre la pelle, sudicia e opaca, le copriva l'intero corpo. Per la prima volta si accorgeva di come la vedeva la gente e si vergognò a quello spettacolo. Allora si liberò del travestimento e saltò nell'acqua, tuffandovisi finché scintillò come avorio. Quando fu il momento di tornare alla cascina, fu costretta a indossare quella pelle che la disgustava e che ora le sembrava più sudicia che mai, ma si consolò pensando che l'indomani sarebbe stata festa e che avrebbe potuto dimenticare per poche ore di essere una serva e tornare di nuovo principessa.
Così, all'alba, colpì il terreno, come le aveva detto la fata, e in un istante l'abito color del cielo di distese sul suo letto. La sua stanza era così piccola che non c'era spazio per spiegare lo strascico del vestito, ma lo appuntò con cura quando pettinò i meravigliosi capelli e lo drappeggiò sulla testa come se lo avesse sempre indossato. Quando ebbe finito era così compiaciuta che decise non avrebbe mai perso occasione per indossare i suoi splendidi abiti anche se doveva farlo nei campi senza nessun altro che l'ammirasse oltre le pecore e i tacchini.
Bisogna sapere che la cascina apparteneva ai reali e un giorno di festa, quando Pelle d'Asino (così era soprannominata la principessa) ebbe chiuso la porta della stanza e indossato l'abito color del sole, il figlio del re attraversò il cancello e chiese di poter venire e restare un po' dopo la caccia. Cibo e latte furono approntati per lui in giardino e quando fu riposato si alzò e cominciò a esplorare la casa che era famosa in tutto il regno per antichità e bellezza. Aprì una porta dopo l'altra, ammirando le vecchie stanze, finché incappò in una maniglia che non voleva aprirsi. Si curvò e spiò dal buco della serratura per vedere all'interno e restò assai sbalordito vedendo una splendida ragazza ricoperta da un abito così abbagliante che a malapena poteva guardarlo.
La buia galleria sembrava ancora più oscura quando si allontanò; tornò in cucina e chiese chi dormisse nella camera in fondo al corridoio. La sguattera, gli fu detto, della quale tutti ridevano e che era chiamata Pelle d'Asino; benché intuisse che ci fosse qualcosa di misterioso, il principe comprese chiaramente che non c'era niente altro da sapere facendo ulteriori domande. Così tornò a palazzo, la testa piena della visione che aveva avuto attraverso il buco della serratura.
Si rigirò per tutta la notte e si svegliò il mattino seguente con la febbre alta. La regina, che non aveva altri figli e viveva in perpetua ansia per quell'unico rampollo, subito lo diede per spacciato e in effetti la sua improvvisa malattia lasciò perplessi i migliori medici, che tentarono invano gli abituali rimedi. Infine dissero alla regina che alla base di tutto doveva esserci un grande dolore e lei si getto ai piedi del letto del figlio implorandolo di confidarle che cosa lo angustiasse. Se si fosse trattato dell' ambizione di diventare re, suo padre avrebbe abdicato volentieri e accettato che regnasse in sua vece; se si fosse trattato d'amore, qualsiasi cosa sarebbe stata sacrificata per dargli la moglie che voleva, fosse anche la figlia di un re con il quale il paese era in guerra!
"Signora," rispose il principe, la cui debolezza gli consentiva a malapena di parlare, "non ritenetemi così snaturato da desiderare di privare mio padre della corona. Finché vivrà io sarò il più fedele tra i suoi sudditi! E riguardo alle principesse di cui mi parlate, non ne ho vista nessuna che vorrei come moglie, benché io voglia obbedire sempre ai vostri desideri, a qualunque costo."
"Ah, figlio mio, "gridò la regina"faremo qualsiasi cosa al mondo per salvarti perché se tu muori, noi moriremo con te."
"Allora" replicò il principe "vi rivelerò l'unica cosa che possa curarmi: una torta fatta con le sue mani da Pelle d'Asino."
"Pelle d'Asino?" esclamò la regina, che temeva il suo figliolo fosse impazzito, "E chi è o che cos'è?"
"Signora," rispose uno del seguito che era stato con il principe alla cascina, "Pelle d'Asino è la più disgustosa creatura sulla faccia della terra dopo il lupo. È una ragazza che indossa una pelle nera e unta e vive alla vostra fattoria governando i polli."
"Non importa," disse la regina, "mio figlio potrebbe aver mangiato qualcuno dei suoi dolci. È senz'altro il capriccio di un malato, ma mandate subito qualcuno affinché lei cuocia una torta."
L'inserviente s'inchinò e ordinò a un paggio di partire a cavallo con il messaggio.
È certo che Pelle d'Asino non avesse intravisto il principe né mentre spiava dal buco della serratura, né dalla finestrella che dava sulla strada. Ma se in realtà lo avesse visto o solo sentito parlare non appena ebbe ricevuto l'ordine della regina, la principessa gettò via la pelle sudicia, si lavò dalla testa ai piedi e indossò una gonna e un corpetto di argento scintillante. Poi, chiudendosi a chiave nella stanza, prese la panna più ricca, la farina più fine e le uova più fresche della fattoria e si mise a fare la torta.
Mentre lavorava l'impasto un anello, che portava di nascosto, le scivolò dal dito e vi finì dentro. Forse Pelle d'Asino lo vide o forse no, ma in ogni modo finì d'impastare e presto la torta fu pronta per essere infornata. Quando fu cotta e dorata, si tolse il vestito indossò di nuovo la lurida pelle, diede la torta al paggio chiedendogli nel medesimo tempo notizie del principe, ma il paggio volse la testa e non si degnò di rispondere.
Il paggio galoppò come il vento e non appena arrivò a palazzo agguantò un vassoio d'argento e si affrettò a porgere la torta al principe. Il malato cominciò a mangiare con tale foga che i dottori pensarono potesse soffocare e infatti quasi lo fece perché l'anello finì in uno dei bocconi che aveva staccato, ma riuscì a estrarlo dalla bocca senza che nessuno lo vedesse.
Appena il principe fu lasciato solo, estrasse l'anello da sotto il guanciale e lo baciò mille volte. Allora s'ingegnò per trovare come potesse vedere la proprietaria, giacché non avrebbe mai confessato di aver visto Pelle d'Asino solo dal buco della serratura, per timore che ridessero della sua improvvisa passione. Tanta preoccupazione gli fece tornare la febbre che l'arrivo della torta aveva debellato per il momento e i dottori, non sapendo che altro dire, informarono la regina che suo figlio era semplicemente malato d'amore. La regina, sbigottita, si precipitò al cospetto del re con la novità e insieme si affrettarono al capezzale del loro figliolo.
"Ragazzo mio, mio caro ragazzo!" gridò il re, "Chi vuoi sposare? Te la daremo in moglie anche se fosse la più umile delle nostre serve. C'è qualcosa al mondo che non faremmo per te?"
Il principe, commosso da quelle parole, prese da sotto il cuscino l'anello, che era uno smeraldo dei più puri.
"Ah, cari genitori, questa è la prova che colei che amo non è una contadina. Il dito a cui questo anello sta bene non è mai stato appesantito dal lavoro duro. Qualunque possa essere la sua condizione, io non sposerò nessun' altra ragazza."
Il re e la regina esaminarono il minuscolo anello assai attentamente e furono d'accordo con il loro figlio che chi lo portava non poteva essere una semplice contadina. Allora il re uscì dalla stanza e ordinò ad araldi e trombettieri di percorrere la città, convocando a palazzo ogni fanciulla. Colei alla quale l'anello fosse andato bene, prima o poi sarebbe diventata regina.
Dapprima vennero tutte le principesse, poi tutte le figlie di duchesse e così via nel giusto ordine. Ma nessuna di loro poté far scivolare l'anello oltre la punta del proprio dito, con grande soddisfazione del principe che l'eccitazione stava facendo guarire rapidamente. Infine, quando tutte le damigelle di alto lignaggio ebbero fallito, fu il turno delle ragazze di bottega e delle cameriere, ma nessuna di loro ebbe maggior fortuna.
"Chiamate le sguattere e le pecoraie." Comandò il principe, ma la vista delle loro grasse e rosse dita persuase tutti.
"Non è rimasta nessuna fanciulla, Vostra Altezza," disse il ciambellano, ma il principe si rifiutò di considerarlo.
"Avete fatto chiamare Pelle d'Asino, colei che mi ha preparato la torta?" chiese, e i cortigiani cominciarono a ridere e risposero che non avrebbero mai osato presentare a palazzo una creatura tanto sordida.
"Che qualcuno la vada a prendere subito," comandò il re. "Ho ordinato la presenza di ogni fanciulla, nobile o plebea, e così deve essere."
La principessa aveva udito le trombe e l'editto e sapeva molto bene che l'anello era la causa di tutto.

Anche lei si era innamorata del principe con una sola occhiata che gli aveva dato e tremava per la paura che il dito di qualcun'altra potesse essere più piccolo del suo. Perciò quando il messaggero dal palazzo galoppo fino al cancello, quasi andò fuori di sé per la gioia. Sperando per tutto il tempo di essere convocata, si era abbigliata con grande cura, indossando l'abito di raggi lunari, la cui gonna era tempestata di smeraldi. Ma appena cominciarono a chiamarla perché scendesse, si coprì in fretta con la pelle d'asino e annunciò di essere pronta a presentarsi al cospetto di Sua Altezza. Fu condotta direttamente nella sala in cui egli la stava aspettando, ma, alla vista della pelle d'asino il cuore del principe cedette. Si era forse sbagliato del tutto?

"Sei la fanciulla," disse, distogliendo gli occhi mentre parlava, "sei la fanciulla che vive in una stanza nell'angolo del cortile interno della fattoria?"
"Sì, mio signore." rispose.
"Allora porgi la mano," continuò il principe, sentendo che doveva mantenere la propria parola, a qualunque costo, ma, nello stupore dei presenti, una manina bianca e delicata sbucò da sotto la pelle nera e lurida. L'anello scivolò con la più grande facilità e, come lo fece, la pelle cadde a terra, svelando una figura di tale bellezza che il principe,debole com'era, cadde in ginocchio davanti a lei mentre il re e la regina univano le loro preghiere alle sue. In effetti il loro benvenuto fu così caloroso e le loro carezze così stupefacenti che la principessa a fatica trovò le parole per rispondere, ma il soffitto della sala si aprì e apparve la fata madrina, assisa in una carrozza tutta fatta di candidi lillà. In poche parole raccontò la storia della principessa, come fosse arrivata lì e senza perdere tempo, furono fatti i più magnifici preparativi per le nozze.
Furono invitati i re di ogni paese della terra, compreso naturalmente il padre adottivo della principessa (che nel frattempo aveva sposato una vedova) e nessuno rifiutò.
Che strana adunanza fu! Ogni monarca viaggiò nel modo che gli parve più grandioso; alcuni arrivarono adagiato nelle portantine, altri in carrozze di ogni forma e tipo, mentre il resto montava elefanti, tigri e persino aquile. Non si era mai visto prima un matrimonio tanto splendido e quando fu tutto finito il re annunciò che sarebbe seguita l'incoronazione perché lui e la regina erano stanchi di regnare, così la giovane coppia dovette prendere il loro posto. Il tripudio durò tre mesi interi poi i nuovo sovrani si dedicarono al governo del regno e si fecero tanto benvolere dai loro sudditi che quando morirono, un centinaio d'anni più tardi, ognuno li pianse come il proprio padre e la propria madre.
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