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La spiritualità raccontata in neuroni

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La spiritualità raccontata in neuroni

Messaggio Da matrona il Ven Ago 20, 2010 2:23 pm

Gli scienziati sembrano esserne convinti: tutto quello che siamo, facciamo, sentiamo, proviamo si manifesta nel nostro cervello. Ogni nostro movimento, ogni nostra parola, ogni nostra sensazione attiva alcune zone specifiche del cervello, disattivandone invece altre.

Persino i nostri sentimenti, l'amore, la gioia, la rabbia, o l'odio, trovano una spiegazione biologica in termini di stimoli cerebrali e produzione di ormoni.
Ora gli scienziati si trovano di fronte una nuova sfida: scoprire la zona, o meglio, le zone del nostro cervello in cui risiede la fede.
Numerosi studi antropologici lo confermano: la religione è una delle forme di comportamento più importanti dell'essere umano e soprattutto è unica dell'essere umano.
Al di là delle tante affinità che abbiamo con gli animali, la credenza in un'entità divina superiore sembra essere propria dell'uomo, sin dalla sua origine.
Tra le tesi più radicali, quella dell'antropologo Dietrich Mania, secondo cui esistono tracce di rituali divini risalenti a ben 370.000 anni fa.
Il fatto stesso che tutti gli uomini, dagli abitanti del mondo occidentale agli indigeni delle più isolate tribù africane, credono nell'esistenza di uno o più dèi, pregano, seguono rituali e compiono sacrifici in nome di un qualche dio o entità superiore è, secondo gli scienziati, un chiaro segno del fatto che la religione è propria dell'essere umano ed è in lui connaturata.

Ma allora, dove risiede la religione? Quali sono i circuiti neuronali che attivano la credenza in un dio?

Se da sempre gli uomini cercano di indagare l'origine della religiosità, una nuova risposta sembra essere nata una mattina di marzo di 23 anni fa, quando, fermo ad una stazione della metropolitana di Londra, il dr. James Austin, venne improvvisamente invaso da una sensazione che gli parve di illuminazione, qualcosa di mai provato prima.
"Il tempo non esisteva più - spiega Austin in un articolo di Newsweek - Provavo una sensazione di eternità. Desideri, avversioni, paura della morte si erano dissolti. Avevo avuto in dono la comprensione della natura ultima delle cose".
Chiunque altro avrebbe definito questa come esperienza mistica o addirittura illuminazione religiosa, avrebbe interpretato questo istante di grazia come la prova di una realtà che va al di là della comprensione dei sensi, come la prova dell'esistenza di dio.
Ma per Austin, neurologo di professione, fu invece "la prova dell'esistenza del cervello".

Partendo dal presupposto che tutto ciò che vediamo, udiamo, sentiamo e pensiamo è mediato o creato dal cervello, Austin decise di esplorare le basi dell'esperienza spirituale mistica.
Tutto questo è diventato in breve tempo una vera e propria scienza: la "neuroteologia", ovvero lo studio della componente neurobiologica della religione e della spiritualità.
Dalle immagini cerebrali raccolte "immortalando" il cervello di monaci buddisti e suore di clausura immersi nella meditazione e nella preghiera, i neurologi sono riusciti a spiegare la serie di meccanismi che si attivano nel cervello e da cui scaturisce il sentimento religioso.
Il momento di massima meditazione del monaco buddista si traduce in una serie di immagini e dati.
Quella che noi percepiamo come esperienza mistica di unità col divino, il momento in cui l'io si sente un tutt'uno con l'universo si traduce in termini neurologici in una massima attivazione della corteccia prefrontale, sede dell'attenzione, con conseguente black out della zona del lobo parietale superiore, notoriamente deputata all'elaborazione di informazioni di spazio e tempo e di orientamento del corpo nello spazio.
L'assoluta concentrazione sull'interiorità, spiegano gli scienziati, genera un acquietamento di questa zona di orientamento.
Il risultato: la scomparsa di qualsiasi confine tra l'io e il mondo esterno, l'illuminazione spirituale.
Il cervello umano sembra quindi essere geneticamente configurato per la religione.
Questo spiegherebbe, almeno secondo gli scienziati, perché uomo e religione da sempre coesistono e, per riprendere il titolo di un'opera appena pubblicata da Newberg e d'Aquili, perché fino a quando il nostro cervello avrà questa struttura, "Dio non se ne andrà". "L'assorbimento dell'io all'interno di qualcosa di più vasto, non deriva dalla costruzione emotiva o da un pensiero pio - scrivono i due neurologi nel libro - scaturisce da eventi neurologici."

Questo significa allora che la religione è una semplice illusione della nostra mente? che tutte le religioni e le divinità che da sempre hanno accompagnato la vita dell'uomo sono semplici illusioni date dalla sovraccitazione di determinate aree cerebrali?

Niente affatto! Come precisa lo stesso Newberg: "Il fatto che le esperienze spirituali possano essere associate ad una precisa attività neuronale non significa necessariamente che queste esperienze siano semplici illusioni neurologiche."

Convinti o no della validità di tali scoperte scientifiche e qualunque sia la parte di materia cerebrale deputata al sentimento del divino, rimangono ancora tante le domande sulla spiritualità e su tutto ciò che è trascendenza e non immanenza, a cui la scienza non riesce a dare una risposta, prima fra tutte se dio è una creazione del nostro cervello oppure se il nostro cervello, come tutto il resto, è una creazione di dio.

Stefania Campogianni
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